Di Viola Parisatto
Nel pomeriggio dell’11 marzo si è tenuta nella Sala Convegni del Palazzo della Gran Guardia la presentazione della mostra Fascismo resistenza e libertà – Verona 1943-45 che avrà luogo nel Museo di Castelvecchio a partire dal 14 marzo con termine in data 27 luglio 2025. All’incontro erano presenti: Marta Ugolini, Assessora alla Cultura del Comune di Verona, e Jacopo Buffolo, Assessore Memoria Storica e Diritti Umani. Dopo i loro saluti istituzionali, si sono tenuti gli interventi di Francesca Rossi, Direttrice Musei Civici di Verona; Marta Nezzo, Professore ordinario Università di Padova; Federico Melotto, Presidente Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea; Andrea Martini, Direttore Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea; e Cristina Lonardi, Referente Allestimenti Musei Civici Verona.
La mostra intreccia fatti storici e propone un approfondimento sull’ambiente culturale e sulle vicende del patrimonio artistico salvato dalla guerra che successivamente venne restituito alla comunità veronese. Il progetto culturale e scientifico mette in luce un momento cruciale per l’Italia e per Verona sui tanti luoghi segnati dalla guerra svoltasi tra il 1943 e 1945. L’esposizione si concentra sulla storia politica e sociale della città, condizionata dal regime di Mussolini ma anche sul legame tra i frammenti dell’evoluzione delle arti in tempo di guerra ma anche di pace. Quando Verona si trovava al centro dei bombardamenti, il Museo di Castelvecchio subì danni consistenti ma venne poi restaurato al termine del conflitto.

Nel corso dell’intervento, Francesca Rossi si sofferma sul racconto di un aneddoto, a mio parere, molto toccante: il direttore della National Gallery di Londra, allo scoppio della guerra, decise di tenere all’interno di tale museo dei concerti con la pianista ebrea Myra Hess per dare un conforto ai cittadini londinesi e, come se non bastasse, la galleria londinese espose un’opera che veniva sostituita da un’altra di mese in mese.

Le ricerche negli archivi hanno portato a scoprire preziose informazioni, ad esempio, sulle mostre organizzate a Castelvecchio tra il 1935 e il 1943, sulle intricate attività di protezione, recupero e restauro delle opere degli anni Trenta e Quaranta così come sulle fasi di ripristino dell’allestimento e dell’ammodernamento della Sala Boggian nell’immediato dopo guerra. Molti protagonisti della scena culturale di quegli anni non sono presenti in mostra per un semplice motivo di spazio e narrazione per cui vediamo dei campioni esemplari di figure che sono state scelte, secondo un criterio molto selettivo, anche in rapporto agli eventi storici protagonisti nell’esposizione. La mostra è organizzata su più spazi narrativi corrispondenti ai nuclei tematici definiti dal progetto generale di cui Sala Boggian è il fulcro. Agli oggetti testimoni evocativi dei contesti perduti e degli episodi cruciali nell’esposizione si affiancano in ogni sala dei contributi digitali, tra cui proiezioni oleografiche. Gli spazi espositivi eterogenei sono degli ambienti autonomi in cui si è voluto mettere in risalto temi ed episodi specifici.
Nello spazio d’ingresso il pubblico viene accolto da un’immagine storica del Museo di Castelvecchio rappresentato con i danni provocati dai bombardamenti del 1944. Il titolo della mostra è disposto su un quadrato aggettante inclinato anticipando la scelta grafica generale: utilizzare un motivo rappresentato da un modulo quadrato inclinato di diciannove gradi evocando un senso di disorientamento e instabilità che riflette un momento di tumulto storico particolarmente complesso.

Per quanto riguarda la grande Sala Boggian, vi sono collocate tre isole, ovvero allestimenti digitali, in grado di fondere storia, arte, oggetti e personaggi dell’epoca coinvolgendo lo spettatore catapultandolo negli avvenimenti della guerra. Le isole inserite al centro della sala ospitano dei filmati che accompagnano il visitatore durante la storia mentre sul fondo dell’ambiente è presente una grande videoproiezione che ripropone la sala nel suo aspetto originario e nelle fasi drammatiche successive. Le opere esposte nella Sala Boggian, sopravvissute al bombardamento, emergono contemporaneamente da una veduta dell’epoca che accoglie il pubblico.
Nella mostra si è cercato di rimandare l’idea della complessità che faceva parte del vivere quotidiano attraverso vari frammenti, ad esempio Ritratto di bambino (Balilla) (1934) di Angelo Dall’Oca Bianca che mostra un bambino con un’espressione corrucciata: divenne un manifesto della stagione fascista.

Tra i dipinti inediti disposti negli ambienti vi è Ritratto di Galeazzo Ciano in alta uniforme (1942) ad opera di Giorgio De Chirico che rimanda alla sua definizione di delfino di Mussolini, mostrandoci le medaglie apposte sulla giacca.

Non da meno è l’olio su tavola Allarme in Piazza delle Erbe di Albano Vitturi proveniente da una collezione privata che fa capire attraverso la rappresentazione di una piazza vuota, ad eccezione della presenza di una piccola figura in fuga, quanto la guerra facesse paura.

Periodo espositivo: 14 marzo– 27 luglio 2025
Sede: Museo di Castelvecchio, Verona
Necessario è ricordare che parallelamente alla mostra, si stanno svolgendo e si svolgeranno diverse iniziative come presentazioni di libri e percorsi didattici.